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Juliette – Capitolo 5
Aveva dormito appena due ore.
Quando aprì gli occhi, un mal di testa martellante gli opprimeva le tempie.
La stanza era immersa nel buio, rotta solo dalla luce anemica di un lampione che filtrava attraverso le tende.
Il letto era duro, la stanza gelida. Un vago odore di muffa impregnava l’aria. Per qualche secondo rimase immobile, disorientato.
Poi, di colpo, tutto gli tornò addosso: dov’era, perché c’era, e cosa aveva fatto quella mattina.
Accese la lampada sul comodino. Le sette e mezza di sera.
Si alzò con un gemito, stirando i muscoli indolenziti.
Le gambe e la schiena protestavano.
Non era più abituato a muoversi davvero, e quel mattino aveva esagerato: ore a camminare sul ciglio delle falesie e nell’entroterra, fino alla vecchia villa seminascosta tra gli alberi.
Il resto l’avevano fatto la zuppa di pesce troppo abbondante e l’intera bottiglia di sidro.
Non aveva fame. Anzi, solo l’idea del cibo lo disturbava.
Eppure doveva tornare da “L’Amarrage Gaspard”.
Doveva parlare con l’oste e capire meglio la storia del pescatore morto e del cadavere di donna impigliato nella sua rete.
Rabbrividì. La stanza era fredda come una tomba.
In bagno si gettò acqua gelata sul viso; l'impatto gli schiarì la mente.
Si lavò i denti, passò una mano tra i capelli umidi e indossò il field jacket ancora umido di pioggia e sale.
Caricò la pipa con gesti lenti e uscì dalla camera.
Nella hall non c’era madame Auger.
Dietro il bancone della reception, René stava sistemando dei documenti.
Quando lo vide comparire, posò le carte e alzò lentamente la testa.
- Monsieur esce?
- Sì, René. Avevo già avvisato madame che non sarei rimasto a cena.
- Come desidera. Ha con sé la chiave, nel caso rientrasse tardi?
- Sì, grazie. Me l’ha data madame Auger questo pomeriggio.
- Bene. Le auguro una buona serata, monsieur.
Le parole erano cortesi, ma gli occhi dell’uomo restavano freddi.
Marcel uscì nell’aria umida della sera e si avviò verso il centro del villaggio.
La pipa accesa lasciava una scia di fumo bianco che il vento della Manica disperdeva alle sue spalle.
Oltre la curva già brillavano le luci delle case.
Non stava simpatico a René, questo era chiaro.
Per quale motivo, non lo capiva, ma sentiva chiaramente l’antipatia dell’uomo. Del resto era reciproca: neppure lui gradiva la sua presenza.
Dieci minuti dopo spinse la porta de «L’Amarrage Gaspard».
Il locale era pieno e vibrante, caldo di voci e di luci.
L’aria sapeva di caffè forte, di legno umido, di tabacco e di camino.
Il profumo della zuppa di pesce del mezzogiorno aveva lasciato il posto a quello più denso e invitante del boeuf bourguignon.
Rimpianse di avere già lo stomaco pieno.
Gaspard lo individuò subito mentre si guardava intorno in cerca di un tavolo.
- Venga, monsieur. La metto a quel tavolo appartato vicino alla finestra, così starà tranquillo.
L’uomo, memore della generosa mancia del pranzo, lo trattava con deferenza. Marcel ne sorrise tra sé.
Poco dopo gli arrivarono una porzione di focaccia calda, un tagliere di affettati e formaggi, aringhe marinate, salmone affumicato e una terrina di pâté.
Marcel ordinò uno Chardonnay ben freddo.
Non resistette e assaggiò qualche boccone dagli antipasti: il salmone era burroso, le aringhe piacevolmente acidule.
Rinunciò però a malincuore al boeuf bourguignon, che dal profumo doveva essere superbo.
Quando disse a Gaspard che avrebbe preso solo un leggero poireaux vinaigrette, il taverniere lo guardò come se gli avesse appena insultato la madre.
A fine cena Marcel ordinò un genièvre de Houlle.
Il cerchio alla testa che lo aveva tormentato per tutta la sera grazie allo Chardonnay era finalmente svanito, lasciando solo una leggera pesantezza alle tempie.
Quando Gaspard posò il bicchierino sul tavolo, colse il momento.
- Mi dica una cosa, monsieur Gaspard… quella storia del pescatore che hanno trovato annegato. Dicono che nella sua rete, quella notte, ci fosse anche una donna.
L’oste si irrigidì. La mano che reggeva lo strofinaccio si fermò a mezz’aria.
In un istante la cordialità bonaria di tutta la serata evaporò, sostituita da qualcosa di duro, quasi ostile.
- Monsieur - rispose con voce bassa e tagliente, - non c’è niente da raccontare. Un incidente in mare. Capita. Capiterà ancora. Chi vive di mare, prima o poi lo paga.
Fece una pausa, gli occhi ridotti a due fessure.
- Mi meraviglio che uno come lei si interessi a queste cose. Non sarà mica uno di quei parigini che vengono quaggiù a cercare brividi da quattro soldi?
- Marcel rimase senza parole. Sentì il calore salirgli al viso.
- Mi scusi… non volevo essere invadente.
Gaspard non rispose nemmeno. Si voltò e tornò dietro al bancone, la schiena rigida come se avesse ricevuto un'offesa.
L’aria della sala sembrò improvvisamente più fredda, più densa.
Marcel finì il genièvre in due sorsate brucianti, lasciò qualche banconota sul tavolo e si alzò.
Aveva bisogno di uscire. Di vento, di buio, di qualunque cosa cancellasse quell’umiliazione.
Stava attraversando la sala quando una mano gli sfiorò appena il braccio.
- Marcel Dubois? - Più che una domanda, era una constatazione tranquilla.
Marcel si voltò. Un uomo sulla cinquantina, solo a un tavolo d’angolo, lo guardava con occhi chiari e attenti.
Capelli grigi tagliati corti, un maglione di lana pesante.
- Ci conosciamo? - chiese Marcel, sulla difensiva.
- Io conosco i suoi libri - rispose l’uomo con un mezzo sorriso.
- Dubito che la cosa sia reciproca.
- Ah… la foto sul retro di copertina.
- Esatto. Sono un suo lettore accanito
L’uomo si alzò e tese la mano.
- Adrien Martin. Mi occupo di ricerche storiche e di tradizioni orali della Costa d’Opale.
- Piacere - disse Marcel stringendogliela rapidamente. - Però ora devo proprio andare, stavo uscendo.
L’altro non lasciò la presa subito. La strinse un secondo di più del necessario.
- Ho sentito senza volerlo la sua conversazione con Gaspard - disse a voce bassa. - So cosa sta cercando. Il pescatore. E la donna che ha tirato su nella rete. Un sorriso sottile, quasi complice.
- Qui non è il posto giusto per parlarne. Ma se vuole capire cosa è successo quella notte… mi chiami.
Tirò fuori un biglietto da visita semplice e glielo porse.
Marcel lo intascò senza nemmeno guardarlo.
- Grazie - disse soltanto.
Fuori l’aria era gelida e salmastra. Marcel respirò a fondo, come se fosse riemerso da una stanza sott’acqua.
Caricò la pipa con gesti lenti, l’accese e rimase un momento fermo sotto l’insegna dell’osteria, lasciando che il fumo gli riempisse di gusto la bocca.
La serata, che fino a pochi minuti prima gli era sembrata rovinata, aveva preso una piega inattesa.
Quell’uomo spuntato dal nulla gli aveva ridato qualcosa che non sapeva nemmeno di aver perso: una direzione.
Si avviò verso il porticciolo dopo aver lasciato il bistrot.
Aveva cenato e bevuto in abbondanza, e ora cercava solo di schiarirsi la mente. Il vento del nord gli sferzava il viso, ma non gli dispiaceva: quel freddo lo teneva ancorato al mondo reale.
Sotto la luce gialla e malata dei lampioni, il mare nero respirava piano, come qualcosa che finge di dormire.
Sedette pensoso su una bitta fissata sulla banchina e lasciò vagare lo sguardo verso il manto oscuro che si gonfiava nello sciabordio della risacca.
Quando spostò gli occhi sul primo molo, affiancato a quello su cui sedeva, la vide.
Restò sorpreso di non averla notata prima, forse era troppo preso dai suoi pensieri.
Era una donna, ferma a una trentina di metri da lui.
Vestita interamente di nero, con un’ampia sciarpa che le copriva le spalle e scendeva sotto le ginocchia.
I capelli molto ondulati, di un rosso scuro sotto quella luce fioca, erano animati dal vento.
Guardava fissa il mare e ogni tanto se li scostava dal volto con un gesto lento.
Dall’insieme dava l’impressione di essere giovane. Tra i venti e i trent’anni, pensò Marcel.
La cosa lo sorprese. Una giovane donna sola su una banchina del porto a quell’ora, con quel tempo inclemente, era insolita. Quasi innaturale.
La osservò per qualche istante.
Lei non sembrava essersi accorta di lui.
Poi Marcel smise di guardarla, tirò le ultime note della pipa e chinò il capo per battere la cenere residua dal fornello.
L’operazione lo impegnò solo per pochi secondi.
Quando sollevò di nuovo la testa, la ragazza era scomparsa.
Rimase interdetto, con la pipa ancora calda in mano.
Era impossibile. Anche se avesse corso, non avrebbe fatto in tempo a tornare indietro e a dileguarsi verso il villaggio.
Il molo era troppo lungo, troppo esposto.
Non c’erano angoli bui dove sparire così rapidamente.
Si grattò il capo, cercando una spiegazione che non arrivava.
Per un attimo si domandò se fosse ancora abbagliato dai fumi dell’alcol.
Di certo aveva bevuto troppo.
Liquidò la cosa con fastidio misto a inquietudine.
Meglio tornare al bed & breakfast e dormirci sopra.
(Continua)